05 novembre 2026

Allenare è educare al CSI Lecco una serata dedicata alla gestione del gruppo

Un allenatore insegna tecnica, prepara una gara e prende decisioni. Ma, soprattutto quando lavora con bambini e ragazzi, fa inevitabilmente anche molto altro.

È da questa consapevolezza che ha preso le mosse l’incontro di aggiornamento organizzato dal CSI Lecco mercoledì 28 ottobre all’Oratorio di Belledo, dedicato agli allenatori di calcio, pallavolo e pallacanestro.

A guidare la serata è stata Claudia Oddo, psicologa dello sport, allenatrice e giudice di pallacanestro, chiamata ad affrontare il tema “Allenare, educare il contesto. Come gestire squadra, relazioni e genitori nello sport giovanile”.

L’appuntamento si è svolto anche nell’ambito della collaborazione con Fare Ora – Fare rete tra oratori, progetto sostenuto da Fondazione Cariplo che lavora sul rafforzamento della comunità educante attorno agli oratori e ai giovani.

L’allenatore non è soltanto un tecnico

Uno dei messaggi centrali della serata ha riguardato proprio il significato della parola allenatore.

Competenza tecnica, leadership, capacità relazionale e responsabilità educativa non sono dimensioni separate.

Chi guida una squadra diventa inevitabilmente un punto di riferimento: attraverso il proprio modo di parlare, correggere, prendere decisioni, vivere una vittoria o affrontare una sconfitta trasmette continuamente qualcosa ai propri atleti.

I ragazzi osservano non soltanto ciò che un allenatore dice, ma soprattutto come si comporta.

Per questo la competenza dell’allenatore è stata ricondotta durante l’incontro a tre grandi dimensioni: tecnica, relazionale ed educativa.

La tecnica permette di insegnare uno sport. Le altre due aiutano invece a costruire fiducia, appartenenza, autonomia, responsabilità e capacità di stare con gli altri.

Prima della prestazione viene il contesto

Relazioni, comunicazione, regole e clima emotivo sono stati indicati come gli elementi fondamentali del contesto nel quale ogni squadra vive.

Un ragazzo che si sente accolto, ascoltato e valorizzato affronta diversamente anche l’allenamento e la prestazione.

Al contrario, quando prevalgono relazioni negative, comunicazione aggressiva, regole poco chiare o la sensazione di non essere considerati, il rischio è quello di arrivare progressivamente all’indifferenza.

Ed è proprio l’indifferenza uno dei segnali più pericolosi: il momento nel quale un giovane smette di sentirsi parte della squadra, perde motivazione e può arrivare ad abbandonare lo sport.

Costruire un gruppo, quindi, non significa semplicemente mettere insieme ragazzi che si allenano nello stesso luogo.

Significa coltivare relazioni, creare occasioni di condivisione, stabilire obiettivi comuni e fare in modo che ciascuno abbia un ruolo riconosciuto.

Nessuno deve sentirsi invisibile

Particolare attenzione è stata dedicata ai ragazzi che occupano meno spazio all’interno della squadra.

Non sempre chi ha più bisogno dell’allenatore è l’atleta più forte, quello più carismatico o quello che manifesta apertamente le proprie emozioni.

Ci sono ragazzi più silenziosi, meno appariscenti o semplicemente più indietro dal punto di vista tecnico che rischiano di ricevere meno attenzioni positive.

La domanda proposta agli allenatori è stata semplice ma significativa: chi, nella mia squadra, oggi ha ricevuto meno attenzione positiva?

Un esercizio che invita a guardare oltre la prestazione e a riconoscere i piccoli progressi, l’impegno e la presenza di ciascuno.

Correggere il gesto, non giudicare la persona

Un altro passaggio importante ha riguardato il modo di comunicare.

La correzione deve essere concreta, tecnica e comprensibile: spiegare che cosa è successo, quale comportamento è stato osservato e quale conseguenza ha prodotto.

Dire a un atleta che “non è capace” non gli insegna nulla.

Indicare invece quale posizione, movimento o scelta deve correggere gli offre uno strumento per migliorare.

Lo stesso principio vale per le regole della squadra.

Convocazioni, presenze agli allenamenti, minutaggio e responsabilità devono poggiare, per quanto possibile, su criteri chiari e coerenti. Spiegare le decisioni non significa rinunciare al ruolo dell’allenatore: significa renderlo comprensibile e credibile.

Atleta, allenatore e genitore: un unico triangolo educativo

Una parte importante dell’incontro è stata dedicata al rapporto con le famiglie.

Nello sport giovanile il genitore non può essere considerato un soggetto esterno alla squadra.

Atleta, allenatore e famiglia costituiscono un triangolo educativo che funziona quando esistono fiducia, dialogo, rispetto dei ruoli e obiettivi condivisi.

Questo non significa evitare i conflitti.

Significa imparare ad affrontarli senza reazioni impulsive, senza discussioni davanti ai ragazzi e senza trasformare il confronto in una gara per stabilire chi abbia ragione.

Ascoltare, comprendere la preoccupazione, riportare i fatti, chiarire i criteri e cercare una soluzione condivisa sono gli strumenti proposti per gestire le situazioni più delicate.

Anche l’allenatore deve saper gestire le proprie emozioni

Rabbia, frustrazione, errore e sconfitta non riguardano soltanto gli atleti.

Anche l’allenatore deve imparare a riconoscere ciò che lo mette in difficoltà e a gestire le proprie reazioni.

Perché un adulto che chiede ai ragazzi autocontrollo, rispetto e spirito di squadra deve essere il primo a provare a incarnare quei comportamenti.

Durante la parte conclusiva dell’incontro, diversi casi pratici hanno permesso ai partecipanti di confrontarsi proprio su situazioni molto comuni: il genitore che contesta il poco tempo di gioco, due ragazzi in conflitto, la reazione negativa a una sostituzione, la gestione di una sconfitta.

Non alla ricerca di una risposta preconfezionata, ma con l’obiettivo di imparare a leggere meglio ciò che accade dentro una squadra.

Formare allenatori significa costruire comunità educanti

Il senso della serata può essere racchiuso in una delle riflessioni emerse durante l’incontro:

“L’allenatore non allena solo la prestazione: ogni giorno costruisce il contesto nel quale quella prestazione diventerà possibile.”

È in questa prospettiva che il CSI Lecco continua a investire nella formazione.

Perché migliorare un gesto tecnico è importante. Ma aiutare un ragazzo a sentirsi parte di un gruppo, imparare a rispettare gli altri, affrontare un errore e crescere attraverso lo sport significa andare ancora oltre.

Significa educare attraverso lo sport.

CSI Lecco Smart Voice

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